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ROMA   |   MILANO 

La partecipazione a una competizione sportiva può essere una prestazione imponibile ai fini I.V.A..

La Cassazione, con la sentenza n. 33040/2019, risolve correttamente il problema della natura e dell’imponibilità della partecipazione degli atleti a una gara sportiva.

In particolare, nel caso di specie, si trattava della partecipazione alle gare “fuori casa” da parte di una squadra di calcio (ma, ovviamente, il ragionamento può essere esteso alla partecipazione a qualsiasi competizione sportiva da parte di un atleta singolo o di una squadra di atleti).

Secondo le regole dell’ordinamento sportivo di riferimento, la squadra ospitante deve riconoscere alla squadra ospite una parte dei proventi derivanti dalla vendita dei biglietti.

Si pone quindi il problema, come si è detto, di stabilire se possa dirsi esistente una “prestazione a titolo oneroso” che, com’è noto, costituisce la fattispecie imponibile ai fini dell’applicazione dell’i.v.a..

La difesa del contribuente, se non abbiamo compreso male, aveva contestato proprio la sussistenza del requisito dell’onerosità, qualificando il pagamento fatto dalla squadra ospitante alla squadra ospite come “mutualistico”. Invero, si trattava, probabilmente, dell’unico argomento difensivo plausibilmente spendibile nel caso di specie, benché, da un punto di vista concettuale, la natura mutualistica del rapporto, non esclude la sua onerosità.

La Cassazione, pertanto, nega – sia pure con un argomento forse non perfettamente pertinente – che il tema della mutualità potesse essere decisivo ai fini della soluzione della questione e giunge alla conclusione che quanto incassato dalla società ospite dovesse qualificarsi come il «corrispettivo di un servizio (spettacolo calcistico) che essa offre al pubblico il quale paga il prezzo del biglietto per assistere alla prestazione sportiva».

Tale conclusione è certamente condivisibile, anche se merita alcune puntualizzazioni.

In primo luogo, si deve chiarire che, almeno di norma, la prestazione sportiva non è un servizio reso nei confronti del pubblico (come invece sembra affermare la Cassazione, anche se può darsi che tale indicazione sia solo il frutto di una semplificazione nella descrizione del rapporto). In effetti, come in ogni forma di spettacolo, anche per quello sportivo la prestazione sportiva è resa nei confronti dell’organizzatore dello spettacolo, il quale (eventualmente) remunera la prestazione stessa. A sua volta, è l’organizzatore dello spettacolo che rende un servizio al pubblico venendo remunerato da questi con il prezzo dei biglietti.

In secondo luogo, è dubbio che per la squadra ospite e per altri rapporti del genere possa parlarsi tecnicamente di “corrispettivo”. Almeno di norma, infatti, la squadra ospite non conclude un contratto a prestazioni corrispettive con l’organizzatore ed è (nel caso delle squadre di calcio) la mera iscrizione al campionato di calcio che rende doverosa la sua partecipazione alla gara. Conseguentemente, ad esempio, la mancata partecipazione alla gara non costituisce inadempimento a un’obbligazione in senso tecnico della squadra ospite nei confronti degli organizzatori.

Siamo, piuttosto, nel campo dell’onerosità e, più specificamente, in quella dei pagamenti “condizionati a una prestazione”: se la squadra ospite partecipa alla manifestazione, allora avrà diritto a una percentuale degli incassi.

Ma questa “onerosità” è sufficiente a rendere rilevante la prestazione ai fini dell’imposta sul valore aggiunto.

Il caso, d’altronde, era stato già esaminato dalla Corte di Giustizia UE, sia pure relativamente a una manifestazione sportiva diversa e, precisamente, le gare ippiche. Ed è anzi indicativo della scarsa propensione dei giudici e dell’amministrazione italiani al diritto unionale il fatto che, di tale precedente, sia omesso ogni riferimento.

Nella sentenza 10 aprile 2016, Bastova, C-432/15 la Corte di Giustizia ha chiaramente delineato l’intera gamma delle possibilità: vi possono essere competizioni sportive alle quali l’atleta (o, in quel caso, il proprietario del cavallo) partecipa senza avere alcuna possibilità di ritorno economico (anzi, di norma, in questi casi deve anche pagare le spese per iscriversi alla gara); vi sono, poi, altre gare sportive alle quali l’atleta, partecipando, ha la possibilità di vincere un premio se raggiunge determinati risultati; infine, vi sono altre gare nelle quali la sola partecipazione conferisce all’atleta il diritto a ricevere una somma di denaro.

Esclusa, per evidenti motivi, la possibilità di individuare un rapporto connotato da onerosità nel primo caso, la Corte di Giustizia nega, correttamente, che tale possibilità sussista anche nel secondo caso perché «per quanto l’organizzatore della gara si sia impegnato a elargire tale premio, il cui importo sia fissato e noto in anticipo, resta il fatto che l’ottenimento del premio è così subordinato alla realizzazione di una particolare prestazione e sottoposto ad una certa alea. Orbene, tale alea esclude, in forza della giurisprudenza ricordata al punto 28 della presente sentenza, l’esistenza di un nesso diretto tra la messa a disposizione del cavallo e la vincita di un premio» (cfr. CGUE, sent. 10 aprile 2016, Bastova, C-432/15, punto 37).

L’onerosità sussiste, invece, nella terza ipotesi in quanto «nel caso in cui la mera partecipazione del cavallo alla gara ippica comporti un corrispettivo diretto in virtù del versamento, da parte dell’organizzatore della corsa, di un compenso per la partecipazione, indipendentemente dal risultato conseguito dal cavallo nella corsa, la messa a disposizione di detto cavallo da parte del suo proprietario può essere qualificata come «prestazione di servizi effettuata a titolo oneroso» ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), della direttiva IVA. In un caso del genere, infatti, come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo 35 delle conclusioni, la retribuzione offerta dall’organizzatore della corsa al proprietario del cavallo costituisce il corrispettivo diretto per il servizio che gli è stato reso da parte di quest’ultimo accettando di far partecipare il suo cavallo alla corsa» (cfr. CGUE, sent. 10 aprile 2016, Bastova, C-432/15, punto 39).

L’applicazione di questi – lineari e condivisibili principi – conferma la correttezza della decisione della Corte di Cassazione.

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